Chi siamo

A quadratini, dalla finestra con grata della I M dell’ I. T.C. per ragionieri di fronte ai nostri “sporchi” occhi, si esibiva ogni giorno impudica e procace la locandina del film, non te ne potevi sottrarre, il Cinema “grande” lo avevamo davanti, e quell’immagine irrompeva dritta dritta nell’intimo in mezzo ai banchi. Si alternavano, e poi ritornavano, Lilli Carati, Moana Pozzi, Eva Orlosky, Karin Shubert. Erano le nostre compagne di classe col nome stampato grande.
A quel cinema era impossibile ma al Saverio Mercadante si. Per chi se lo ricorda negl’ultimi anni prima di morire, come un vecchio malato che diventa docile e indulgente, a quel cinema oltrepassarla, la tenda rossa, per noi piccoli clandestini senza età aveva solo il prezzo di quel caro biglietto ridotto.
Nessuno lo avrebbe mai fatto solo, nessuno avrebbe mai vinto la paura che invece s’indeboliva fra di noi, e solidali andavamo a veder toccare, spasimando, quelle nostre audaci e agognate compagne di classe, formando in quei solitari pomeriggi di freddi, di febbraio in segreto l’infedele circolo cinematografico dissolto poi dalle stagioni e dalla vergogna.
In quegl’anni, il cinema, alle formiche dalla testa piccola non importava più, dal paese duro, così lontano da tutto, il circo delle storie, delle suggestioni e dei miti aveva deciso di non passare più, lasciandoci solo donnine.
Avevo 14 anni nell’istante in cui Clara era forse lì a pettinar bambole, Pamela ad accarezzar i suoi capelli, Lorenzo a rotolare palloni, Pasquale a scherzare col mare e Giovanni a saltar nel grano, Luigi era già a cercar parole e a sognar sospiri.
Mi piace pensare a noi, orfani, ragazzini sazi di miseria (e di retorica) che nel tempo ritrovato… ammutinando destini, i propri, quelli dei fedeli, dei disposti e degl’ignari, dei sassi ruvidi e appetitosi di questa terra, plagiando i percorsi, persuadendo i confini, convinciamo quel circo a voler ripassare, ma come di riflesso, non di più che con numeri eccezionali che mai si erano visti nel mondo e nelle stelle.
A piedi, con le scarpe “crepe” e la giacca a toppe, il folle impresario – Savè fammicelo mettere qui, Mangiafuoco, il folle impresario Mangiafuoco – dai capelli screziati, con in mano il suo megafono sussurra tra le vie, invita a sogni, a danzare, a mirare, a (mettila tu un’altra cosa, Luigi) – ok… invita a… guardarsi nello specchio dello schermo – a raccontar storie ai ragazzini, a destar gli occhi senza paura sull’infinito.
Ecco cos’è Rythmus.

Saverio Barile

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